Verrà il giorno in cui di te non sentirò più nulla. Non
sentirò la voce. Né l’odore. I miei occhi non
riconosceranno i tuoi e incrociandoti penserò che il tuo viso è un ricordo vago. Che viene dal sogno di
un sogno lontano. Ti passerò accanto sfiorandoti. E sarà solo una
piccola fitta al cuore che scuotendo la testa dimenticherò
attribuendo mille scusanti. Sarà soltanto una frase restata a mezz’aria sulla
punta delle labbra. Un dubbio presto sepolto dall’arrivo di un taxì. E tornerò a casa. Una casa che avevo scelto per te, con il colore chiaro delle tende
e il caffè sempre sul fuoco, ma che ora è muta e ha dimenticato il rumore delle
tue chiavi nella serratura, del cigolio della porta e del loro cadere poi
confuso nella ciotola di vetro di Murano. L’appendipanni
sarà un ramo secco. La luce spenta e i fantasmi delle cose.
Il tuo pennello da barba e il bicchiere ancora pulito sul
ripiano del bagno. Lo spazzolino nuovo che non hai mai
usato ma che ho comprato per te. Quando ancora di te
mi ricordavo sulle liste della spesa e nei miei giorni uguali. E ci sarà
sempre un pacco di sigarette di troppo nel cassetto del comodino ( per me che
non fumo) e per te che non sapevi smettere. E una sveglia con una defunta lancetta dei secondi perché tu possa
dormire.
Ma in tutto questo io ti avrò dimenticato. E penserò solo che sono troppo pigra e svogliata per mettere via quegli oggetti
di cui in fondo non ricordo nemmeno il motivo dell’acquisto. Penserò a qualcuno
che sta arrivando. Non ricordando che invece te ne sei andato
già. Il lavandino gocciolante saranno le uniche
lacrime che questa casa piangerà raccolte da una tazzina sporca di caffè. E io
mi chiederò sempre il perché di ogni ferita con il
coltello del burro il sabato mattina. Perché sul mio
calendario cerchio di rosso di tutti i giorni l’undici. E chi lascia tracce di rossetto sullo specchio. Mi sveglierò
al rumore della pioggia sul tetto come da un brutto sogno. Troverò nella
casella della posta sempre la stessa fotografia: primo piano di un bambino
sorridente con i capelli sporchi di salsedine e penserò alla reclame di qualche
agenzia di viaggi.
E vecchi pupazzi gialli nel sacchetto dei rifiuti mi sembreranno
piccole cose di pessimo gusto.
E ci sarà sempre una stanza chiusa a chiave dove accumulerò lampade
che si sciolgono alla luce. E un armadio vuoto dalle
ante verdi che mi procurerà vertigini e mal di testa confusi.
Avrò un innata attrazione per i
gatti senza conoscerne il motivo. Per le camice scure
dalle piccole righe. Per i maglioni color blu. E in tutte le stanze
una copia di una vecchia edizione Adelphi
dalla copertina arancio sull’arte di ottenere ragione.
Ma non ricorderò più niente. Ne te. Ne di te. Agirò senza pensare, senza pensieri. Un loop emozionale. Sarai quello che non si dice nemmeno sotto
ipnosi. Quello a cui non si pensa se non in punto di morte.
Forse ti ricorderò un solo istante, ma svanirà anche quello con la sicurezza di
non aver già visto la tua faccia su un giornale ne su
un necrologio.
Gli amici mi consiglieranno pillole e terapia. Seguirà una lenta riabilitazione in compagnia di supermodelle
dipendenti dalla cocaina e star del red carpet attaccate alla bottiglia.
Io avrò sulla mia fedina penale solo tre giri di Martini
bianco e un gin lemon. E uno psicanalista troppo
distratto per accorgersi che il mio non è un complesso di Edipo ne una mania di
persecuzione.
Non tenterò il suicidio ma lascerò che facciano di me
quello che vogliono. Mi abbandonerò paziente e docile a mix di sostanze lunghe
più di sei sillabe. Salirà in me un senso di innato
benessere e lasciva lussuria.
Agirò come un oggetto (se è questo che mi è concesso). Imperscrutabile come il più profondo gorgo degli abissi.
E quella casa che avevo scelto per
te, con il pennello da barba e lo spazzolino pulito sul ripiano. Con le lampade e l’armadio. Con il caffè sul fuoco. Non esisterà
più se non nella mia testa.
Uscirò all’aria aperta in un pomeriggio di settembre e
tutto mi sembrerà nuovo e normalissimo. Un mondo pronto a
essere sconfezionato dall’involucro di plastica trasparente.
E avrò montagne di posta accumulata, cartoline di
paesi esotici, multe per divieto di sosta e fogli di pubblicità.
Avrò un telefono che squilla a tutte le ore del giorno e
della notte, decine di messaggi di sconosciuti in segreteria che chiedono come
sto. Terrò nel frigo solo acqua minerale per allontanarmi da ogni tentazione e
una boccetta di ansiolitici nel secondo ripiano a
sinistra del bagno.
Ammazzerò le ore ingoiando pastiglie alla violetta,
sdraiata sul pavimento ascoltando vinili preziosi e ricercati.
Avrò una vita nuova e perfettamente ripulita dagli sbagli. Una coscienza sconosciuta e smagliante da tenere sotto la biancheria
e non usare mai. Avrò un cuore nuovo dove solo il sangue potrà entrare. E
un cervello privo di interconnessioni con i ricordi
per essere immortale. E dimenticherò tutto prima
ancora di farlo. Butterò intere pagine piene di parole d’amore e inchiostro.
Senza sapere perché. Senza chiederlo ad altri.
E per una volta non sentirò più voci nella testa. Nessuno busserà
alla porta urlando il tuo nome che io non conosco.
Con gli occhi chiusi resterò in
attesa di dimenticare di respirare.